Le guide di Roma nel Medioevo (Pietrantoni, Sara)
- 8 ago 2013
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Il viaggio a Roma era già diffuso durante l’antichità e a questo proposito Seneca parla di visitatori giunti da ogni parte dell’impero. Dopo la caduta dell’impero Roma diventa, come capitale della cristianità, meta di pellegrinaggio assieme a Gerusalemme e a Santiago de Compostela.
I pellegrinaggi verso i sepolcri dei martiri avevano raggiunto una certa importanza già dal IV secolo, portando ad una elaborazione di elenchi dei luoghi venerati che venivano presumibilmente utilizzate dai pellegrini per orientarsi in città. La maggior parte di questi elenchi sono tramandati da manoscritti, databili tra IX e X sec., realizzati nell’area germanica e questo testimonia come fosse importante, per le popolazioni dell’Europa centro-settentrionale, il pellegrinaggio a Roma. I pellegrini nord-europei percorrevano nella maggior parte dei casi la via Francigena (o Romea) che attraversava, una volta varcate le Alpi, centri come Pavia, Piacenza, La Spezia, Lucca, Siena e Bolsena. Una volta in città, la strada giungeva fino a Monte Mario, chiamato anche Mons Gaudii (monte della gioia) perché segnava la fine del lungo cammino.
Uno tra i testi più antichi giunti fino a noi è la cosiddetta Notitita Oleorum (VII secolo), che testimonia la devozione per i martiri cristiani. Si tratta infatti di un papiro sul quale un non meglio identificato Giovanni annota i nomi dei martiri dai cui sepolcri aveva tratto un po’ dell’olio che ardeva nelle lampade, per incarico della regina longobarda Teodolinda. Dei primi decenni del VII secolo sono anche l’Index coemeteriorum vetus, un elenco di 17 cimiteri con l’indicazione delle strade su cui sorgevano, e la Notitita ecclesiarum urbis Romae che, nonostante il titolo, si occupa di una sola chiesa urbana, quella dei SS. Giovanni e Paolo al Celio. Anche in questo caso infatti l’attenzione maggiore è spostata verso i cimiteri suburbani ed i martiri più venerati. Un’ altra lista di sepolcri di martiri e dei luoghi santi dei dintorni di Roma, divisi per strade consolari, è il De locis sanctis martyrum quae sunt foris civitatis Romae, più o meno contemporaneo alla Notitia, che riporta anche un elenco di 21 chiese intramuranee[1].
Fino all’VIII secolo i percorsi indicati negli itinerari per i pellegrini sono quindi ancora prevalentemente extraurbani, visto che l’interesse maggiore si concentra sulle catacombe, ma alcuni si occupano anche di chiese cittadine, soprattutto della basilica di San Pietro. Questi itinerari suggeriscono anche i comportamenti da tenere nei luoghi sacri, come baciare le reliquie (quando possibile) e le immagini sacre, oppure fare penitenza piangendo, espiando in questo modo le proprie colpe.
Itinerario di Einsiedeln
La guida più importante di questo periodo è senza dubbio l’itinerario di Einsiedeln, chiamato così dal nome della cittadina svizzera in cui è conservato. L’itinerario fa parte di uno scritto miscellaneo composto da cinque parti (opera di cinque copisti diversi) rilegate insieme nel XIII secolo. Il quarto scritto[2] può essere a sua volta suddiviso in cinque sezioni, copiate però da un’unica mano: antologia di iscrizioni di Roma (fogli 67-79); itinerario (79-85r); descrizione delle mura di Roma (85v-86r); liturgia della settimana santa (86v-88); raccolta di carmi latini (89-97).
L’itinerario vero e proprio è strutturato in dieci percorsi che attraversano la città, e in un undicesimo percorso, incompleto, che elenca i luoghi sacri extraurbani. Ogni percorso, introdotto da un titolo scritto in rosso che indica i due estremi del tragitto, è costituito da due colonne di toponimi ed edifici che si trovano a destra e a sinistra della via principale. Nei dieci itinerari si contano un centinaio di nomi, equamente suddivisi tra edifici religiosi (53) e monumenti antichi (55), molti dei quali vengono citati per più di un itinerario. Per quanto riguarda la datazione, un termine post quem può essere ricavato dalla citazione del monastero di S. Silvestro in Capite, fondato da Paolo I (757-767), mentre il termine ante quem è da individuare all’interno del pontificato di Leone IV (847-855): viene infatti menzionata Santa Maria Antiqua ma non Santa Maria Nova, costruita proprio sotto questo papa. Restringendo ulteriormente la cronologia, possiamo collocare l’itinerario tra i pontificati di papa Adriano I (772-795) e Leone III (795-816).
La maggioranza degli studiosi che si è interessata all’itinerario ritiene che questo fosse in origine legato ad una pianta di Roma e che non fosse altro che una copia dei toponimi della pianta stessa: l’ipotesi è avvalorata dal fatto che gli edifici citati si trovavano anche notevolmente distanti dalle strade percorse e quindi difficilmente potevano costituire dei validi punti di riferimento.
I Mirabilia Urbis Romae e le successive rielaborazioni
I Mirabilia Urbis Romae si distinguono dalle guide precedenti per il forte interesse per il leggendario e il simbolico; le leggende occupano infatti interi capitoli. La guida ha un carattere composito, in quanto si basa su fonti diverse[3] (tra cui le tradizioni locali) e sulle personali conoscenze dell’autore. La redazione più antica si data tra il 1140 e il 1143 e si trova in un’opera della curia romana di carattere amministrativo-liturgico, il Liber Polypticus nel quale sono riportati dati relativi ai redditi temporali delle chiese, testi liturgici, notizie sulle biografie di papi, descrizioni delle cerimonie presiedute dal papa, passi riguardanti le feste popolari di Roma ed i Mirabilia veri e propri. Per quanto riguarda l’autore del testo, sembra che possa trattarsi di tale Benedetto, canonico di San Pietro. L’identificazione è rafforzata dal fatto che la descrizione di S. Pietro è molto accurata, la basilica di S. Maria Maggiore o quella di San Giovanni in Laterano sono invece appena menzionate[4].
Come detto, rispetto alle guide precedenti i Mirabilia rompono la monotonia della asettica elencazione di catacombe e sepolcri con l’inserimento dell’elemento leggendario. I primi dieci capitoli dell’opera riguardano le mura, le porte, gli archi, i colli, le terme, i palazzi, i teatri, i ponti, i cimiteri. Le leggende si riferiscono, tra l’altro, alla visione di Ottaviano, collegata alla fondazione della chiesa di S. Maria in Ara Coeli, alla storia delle statue equestri del Quirinale, alla fondazione del Pantheon e alla sua successiva trasformazione in chiesa. Si parla poi della storia di Decio, del martirio di Abdon e Sennen, di quello di Sisto e Lorenzo e della fondazione di S. Pietro in Vincoli, legata ad Eudossia ed alle catene di S. Pietro[5]. Dal capitolo 19 al 32 si trova una periegesi della città, che parte dall’area vaticana per terminare a Trastevere. In questo lungo percorso le indicazioni dei luoghi non sono sempre corrette; la denominazione di alcuni templi è infatti spesso inventata di sana pianta dall’autore.
Una precoce rielaborazione del testo dei Mirabilia si trova nella Graphiae aureae urbis[6], opera da attribuire a Pietro Diacono di Montecassino, il quale avrebbe riunito opere diverse: l’Historia Romana a Noe usque ad Romolum, i Mirabilia, il Libellus de cerimoniis aule imperatoris. I cambiamenti riguardano soprattutto la lingua e lo stile del testo; si nota ad esempio una maggiore padronanza del latino, anche se ci sono costrutti diffusi in testi medievali. Da citare sono poi le Miracole de Roma, un volgarizzamento in dialetto romanesco del testo dei Mirabilia, databile attorno alla metà del XIII secolo. Le differenze più importanti riguardano in questo caso la disposizione delle varie sezioni dell’opera: si parte infatti dalla periegesi, seguita da notizie riguardanti biblioteche, obelischi, fori, basiliche, vie, monumenti equestri. Vengono trattate poi le leggende per tornare successivamente all’elenco di colli, ponti, archi trionfali, terme, palazzi, teatri, mura, cimiteri. Si chiude con l’elenco dei giudici e con la descrizione delle regioni, tratta dal Curiosum Urbis Romae regionum XIIII, opera del IV secolo.
Il successo dei Mirabilia fu molto vasto: sono stati infatti identificati ben 145 manoscritti che riportano sia la redazione più antica che successive rielaborazioni; le copie a stampa arrivano fino alle soglie del Barocco. Numerose sono poi le traduzioni[7], che testimoniano come questa guida fu utilizzata da molti pellegrini.
Accanto ai Mirabilia vanno considerate le Indulgentiae ecclesiarum urbis: piccoli opuscoli, di 4/12 fogli, in cui vengono riportate le indulgenze lucrabili nelle sette chiese principali della città, senza però nessuna indicazione di carattere storico-artistico. I due tipi di scritti andavano quindi incontro a esigenze diverse: mentre le Indulgentiae, in cui prevalgono gli aspetti di tipo devozionali, sono rivolte essenzialmente ai pellegrini che arrivavano in città soprattutto in occasione dei Giubilei, i Mirabilia hanno un carattere più “turistico” che le rende adatte per chi si recava a Roma per diletto e per ammirare le rovine antiche.
Maestro Gregorio: una guida sui generis
Tra le tante versioni dei Mirabilia possiamo annoverare, anche se con qualche riserva, la Narracio de mirabilibus urbis Romae, opera di maestro Gregorio. La datazione dell’opera è abbastanza problematica, ma si può ricavare qualche indizio dal testo stesso: il Laterano è ad esempio indicato come residenza invernale del papa e soltanto a partire dal pontificato di Innocenzo III i papi risiedono in questo palazzo durante i mesi freddi. La visita di maestro Gregorio dovrebbe quindi porsi tra il XII e il XIII secolo, considerando anche il fatto che il testo ci è pervenuto attraverso un unico manoscritto conservato a Cambridge, realizzato poco dopo il 1300.
Anche le poche notizie relative all’autore sono deducibili dal testo: questi si qualifica infatti come maestro e dichiara di scrivere per maestro Martino e dominus Tommaso. Sappiamo inoltre che è un personaggio ben conosciuto nell’ambiente della Curia e che entra in contatto con ecclesiastici colti ed eruditi, ai quali chiede aiuto nei casi in cui le sue conoscenze sulla antica Roma non siano sufficienti. Maestro Gregorio dovrebbe inoltre essere di origine inglese, dal momento che l’unico manoscritto conosciuto è conservato a Cambridge e visto che l’unico scrittore medievale che cita l’opera è il monaco benedettino inglese Ranulfo Higden (Nardella 1997, p. 27).
La caratteristica più evidente dell’opera è il totale disinteresse per la Roma cristiana: maestro Gregorio è infatti completamente assorbito dal fascino dell’antica Roma (anche se non sa leggere le iscrizioni) e degli autori classici, che cita con disinvoltura (ma in alcuni casi le citazioni sono imprecise). La sua opera sembra infatti tutta tesa ad un recupero dell’antico: anche per quanto riguarda i nomi dei monumenti descritti, maestro Gregorio ricerca sempre quelli più antichi, ma gli errori in cui incorre rendono in questi casi ancora più difficoltosa l’identificazione degli edifici citati. Rispetto ai Mirabilia, la narrazione di maestro Gregorio non dà un elenco generale di categorie di monumenti, ma l’autore si occupa soltanto di quelli che ha potuto osservare direttamente. Non possiamo quindi considerarla una vera guida della città; la necessità di fornire ai suoi amici-committenti un quadro completo delle meraviglie di Roma è completamente subordinato ai suoi interessi e alla sua esperienza diretta. In nessun caso inoltre maestro Gregorio dà notizie utili ai suoi lettori ma che per lui sono poco interessanti. Possiamo perciò considerare l’opera più vicina ad un trattato erudito sulle rovine della città, anticipando in questo senso i trattati umanistico-rinascimentali dei secoli successivi.
Sara Pietrantoni
Bibliografia
M. Accame Lanzillotta, Contributi sui Mirabilia Urbis Romae, Tivoli 1996
S. Aini, Mirabilia Urbis Romae, in “Romei e Giubilei, il pellegrinaggio medievale a S. Pietro, 350- 1350”, catalogo della mostra, Milano 1999
Cesare D’Onofrio, Visitiamo Roma mille anni fa, Roma 1988
Mario D’Onofrio (a cura di), Romei e Giubilei, il pellegrinaggio medievale a S. Pietro, 350-1350, catalogo della mostra, Milano 1999
C. Nardella, Il fascino di Roma nel Medioevo, Roma 1997
R. Santangeli Valenzani, Le più antiche guide romane e l’itinerario di Einsiedeln, in “Romei e Giubilei, il pellegrinaggio medievale a S. Pietro, 350-1350”, catalogo della mostra, Milano 1999
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[1] La lista in questione dovrebbe però essere stata aggiunta al De locis circa un secolo dopo.
[2] Questa parte del miscellaneo di Einsiedeln deve essere stato composto nello scrittorio del monastero benedettino di Reichenau tra VIII e IX secolo, dato che tra i carmi latini sono riportati due epitaffi funerari dedicati a monaci di quel monastero (Valenzani 1999, p. 196).
[3] Fonti dell’autore sono gli antichi regionari, i cataloghi topografici, la letteratura agiografica, i compendi di storia romana, le biografie del Liber Pontificalis e i Fasti di Ovidio.
[4] Ci sono inoltre elementi comuni ed espressioni simili nel testo dei Mirabilia e in quello dell’Ordo romanus, opera questa da attribuire con certezza a Benedetto (Lanzillotta 1996, p. 14)
[5] I capitoli 8 e 10 sembrano staccarsi un po’ dalla trattazione, essendo dedicati all’elencazione dei luoghi citati nelle passioni dei santi e alle funzioni del palazzo imperiale.
[6] La datazione della Graphia sembra porsi dopo il 1154: nel testo dei Mirabilia è infatti menzionata la tomba di Anastasio IV, morto appunto il 9 dicembre 1154.
[7] L’originale latino fu tradotto in italiano, tedesco, olandese, francese, inglese.
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